Toraja in Sulawesi

Posted on 22 giugno 2011

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Le case sono il biglietto da visita della regione dei Toraja. La strada che da Makassar porta a Rantepao ne è circondata nell’ultimo tratto.

Siamo in Indonesia, ma sembriamo mille chilometri lontani da Giava con le moschee, i grattacieli, il progresso. L’isola di Sulawesi vive un mondo a sé stante, dove il protestantesimo ormai è di casa in ogni villaggio ma dove permangono, indissolubili, tradizioni millenarie e un sistema sociale molto complesso e affascinante.

Le Tongkonan sono case con il tetto a forma di barca: i lati corti si alzano infatti come una prua o una poppa, sollevando quasi le costruzioni dal sottobosco tropicale della regione. Il legno è scolpito e decorato, e per completare le piccole opere d’arte, gli abitanti usano corna di bufalo, simbolo di prestigio e potere.

Il bufalo qui conta come l’oro, e forse di più (c’è chi dice che le case Tongkonan siano infatti ispirate proprio alle corna dell’animale, ma è più suggestivo pensare che i primi Toraja arrivati nella regione dall’Indocina via mare, abbiano deciso di perpetuare nelle case il ricordo delle loro navi).

Un autista di Bali, che abbiamo conosciuto nel nostro viaggio in Indonesia, ci ha detto che ha sposato una donna Toraja, ma che prima di sposarla le ha chiesto: i tuoi nonni sono ancora vivi? Nel caso la risposta fosse stata affermativa, ha detto, ci avrebbe pensato due volte a sposarla… La morte di un patriarca della famiglia, infatti, è per i Toraja il momento in cui la famiglia deve rilanciare il proprio prestigio. La posizione sociale di una famiglia Toraja si valuta infatti dalla grandiosità con cui vengono celebrati i funerali.

Quando una persona muore il corpo viene quasi mummificato, utilizzando delle erbe che la popolazione si tramanda da secoli, e poi viene riposto in un sarcofago che è conservato in un deposito per il riso, anch’esso con il tetto in forma tradizionale. Da quel momento si inizia a pensare alla cerimonia funebre, che di solito non avviene prima di un anno, un anno e mezzo, e comunque quasi sempre tra luglio e agosto, il momento della stagione secca, quando gli indonesiani vanno in vacanza e gli emigrati dal Sulawesi possono tornare nella regione. Ai funerali partecipano centinaia e a volte migliaia di persone e durano almeno tre giorni.

Il primo giorno è il giorno della processione: gli invitati al funerale arrivano, ognuno con il proprio dono, al villaggio del defunto, che per l’occasione viene allestito con delle strutture temporanee riccamente decorate, ognuna indicante un numero che corrisponde ad una famiglia.

I doni che vengono portati alla famiglia sono di solito animnali: galline, maiali e soprattutto bufali.

Più bufali vengono donati alla famiglia, più la famiglia può considerarsi prestigiosa. Una famiglia di alto livello sociale non può considerarsi tale se ai funerali dei suoi membri anziani non vengono donati almeno 24 bufali. Così tutte le famiglie stanno ben attente a fare i propri calcoli…

Una volta arrivati tutti al villaggio si inizia la processione.

I parenti del defunto e quelli della sposa del defunto spostano la bara in un’arca di legno sotto cui infilano lunghe aste di bamboo.

Al suono di tamburi e gong, dopo aver danzato e cantato attorno al feretro, i parenti (uomini) sollevano l’arca e iniziano la processione.

Davanti all’arca sfilano la moglie del defunto e le figlie, bardate a festa, accompagnate anche loro da una piccola arca simbolica, con la foto del caro estinto.

Dietro al feretro si srotola invece un nastro rosso lungo qualche decina di metri, sotto il quale hanno diritto di stare i parenti del defunto di sesso femminile.

Tutti indossano sarong neri, le donne sfoggiano delle borse nere e rosse dove ripongono le noci di betel che masticano in continuazione tra i denti rossastri e consumati.

La processione esce dal paese, accompagnata dal prete protestante, dalla gioia dei bambini, dai bufali bardati e dalle urla degli uomini che portano la bara che inscenano una specie di gara (parenti del defunto vs parenti della vedova) tirando l’arca da una parte e dall’altra, ridendo e sudando.

Quando il sarcofago ritorna viene issato in una torretta costruita per l’occasione e i bufali vengono, a volte, utilizzati in vari combattimenti per divertire il pubblico che osserva accorato, scommettendo ora su quello ora sull’altro.

Gli allevatori di bufali sono tra le persone più ricche in Sulawesi, anche se il loro lavoro è spesso duro. Il mercato di bufali di Rantepao c’è una volta ogni sei giorni, anche se tutte le mattine è possibile trovare in vendita gli animali portati da molto lontano, che vengono ospitati in una parte coperta del mercato, costruito apposta dal governo. Gli acquirenti osservano, tastano, scelgono, mentre i venditori rifocillano l’animale di erba verde e gli lisciano il pelo, tirato a lucido come fosse la carrozzeria di un’auto nuova.

L’animale più pregiato è quello maculato, che arriva a costare anche migliaia di euro: nei rituali e nei sacrifici è considerato fondamentale, e almeno uno non deve mancare nei funerali importanti.

Il secondo giorno del funerale è dedicato agli incontri privati tra la famiglia e gli invitati, incontri che comunque avvengono in un luogo pubblico, nella via principale del villaggio.

E mentre gli uomini chiacchierano, le donne cucinano pa’pyong, carne di maiale cotta nei tronchi di bamboo.

Il terzo giorno (ma il momento degli incontri privati può durare di più) è il giorno del sacrificio dei bufali. Gli uomini della famiglia si riuniscono con tutti gli animali nella piazza principale e fanno la conta delle bestie donate al defunto.

E poi iniziano le trattative. Di ogni bufalo viene stimato il prezzo da una specie di “maestro di tradizione” e uno tra i parenti, di solito il figlio, decide a chi dare il bufalo (in accordo con la vedova). Un bufalo viene regalato alla chiesa, uno al governo, uno viene usato per pagare le decorazioni, uno per chi ha organizzato il funerale, e così via… Ogni volta che viene decisa l’assegnazione di un bufalo, questo viene consegnato al nuovo proprietario con tanto di foto e stretta di mano.

I bufali rimasti sono quelli per il sacrificio.

I bufali vanno uccisi con un colpo secco alla gola, un colpo che tranci la trachea e non permetta loro di respirare.

Ogni animale qui in Sulawesi ha il suo modo per essere ammazzato, ad esempio il maiale con un colpo sul lato della testa e  il cane con un bastone infilato tra gli occhi.

Un uomo con un coltello stretto e lungo è destinato a compiere il sacrificio. Nel giro di un minuto taglia la gola a tutti i bufali.

Dal collo degli animali sprizza sangue a fiotti, assieme a rantoli e a liquami giallognoli.

Una bestia cade a terra subito, drizzando le zampe in maniera innaturale, un’altra sfugge imbizzarrita tra la gente per cadere a terra poco dopo, un’altra ancora si schiaccia contro una costruzione di legno, un’altra rotola sul cadavere di un altro bufalo.

L’aria si riempie di odore di sangue e la terra brilla del rosso del sangue.

Una volta a terra gli animali respirano ancora, affannosamente, ma sempre più lenti. Fino a morire.

Una bestia si rialza, fa qualche passo. Il coltello subito le allarga la ferita e lei ricade a terra, rigirando la testa all’indietro. Qualche secondo ed è immobile, come tutte le altre.

Non appena gli animali smettono di respirare è la volta dello scuoiamento.

Uomini esperti, con piccoli coltellini che estraggono dal loro sarong, si sistemano tra i corpi scuoiando gli animali con precisione chirurgica. E  improvvisamente i cadaveri divengono bistecche rose e bianche, come quelle che siamo abituati a vedere al supermercato.

Le pelli vengono raccolte e fatte seccare, più avanti verranno vendute fuori dall’Indonesia.

Le corna vengono staccate con tanto di ossa, e adorneranno la Tongkonan della famiglia del defunto. I corpi de La carne invece verrà smembrata e ridotta in piccole parti per essere distribuita tra tutti i partecipanti al funerale, che così avranno cibo a sufficienza per un bel po’ di tempo.

Successivamente la bara del defunto viene trasportata nel luogo della sepoltura. Inizialmente i Toraja lasciavano i corpi in arche di legno in caverne naturali, successivamente svilupparono una tecnica che, anche in questo, li rende unici in tutto il mondo: le famiglie scavano nelle rocce delle tombe che chiudono poi con delle porte di legno, con il risultato di creare dei cimiteri in grandi pareti rocciose che si presentano tutte forate

A guardia delle tombe i Toraja mettono i Tau Tau, statue di legno che riproducono a grandezza naturale i defunti, che siano allo stesso tempo ricordo per i posteri e guardiano delle tombe.

Periodicamente, sempre dopo il sacrificio di almeno un bufalo, i vestiti dei Tau Tau vengono sostituiti e le statue riposizionate.

Ultimamente, a causa anche del costo elevato delle tombe scavate nella roccia (e del lungo tempo necessario per la loro costruzione) i Toraja sono ritornati a lasciare i corpi nelle grotte naturali, questa volta dentro a delle bare, in una curiosa commistione di antico e moderno, ossa e cadaveri freschi. Nelle grotte, con una lampada a gas e una guida, ci si può anche entrare, e l’esperienza è suggestiva…

Soprattutto se, come nel caso delle grotta di Londa, l’ultimo pezzo è talmente stretto che occorre strisciare a terra per poterla percorrere interamente.

Non tutti però vengono seppelliti in questo modo, esclusi dalle pratiche sopra descritte ci sono infatti i bambini nati morti o deceduti prima di aver messo i denti da latte.

Per loro non c’è funerale, né celebrazione, ma, appena morti, vengono portati in uno degli alberi per la sepoltura.

Alla base di questa tradizione (Aluk To Dolo, the way of ancestor) c’è una leggenda, che vuole che una famiglia Toraja avesse dato alla luce per quattro volte quattro figli morti in tenerissima età, la prima volta essi lasciarono il cadavere in un’arca di legno, la seconda volta, in una tomba di roccia, la terza in una caverna e per il quarto, dopo una breve consultazione dei saggi del villaggio, decisero di seppellirlo in un albero di Kambira. Il quinto figlio sopravvisse.

L’albero di Kambira produce un latte bianco, se viene spezzato, e i Toraja credono che, seppellito in un buco nel tronco dell’albero il bambino possa continuare a nutrirsi e vivere nell’albero. Una volta seppellito il corpo all’interno del Kambira la corteccia, precedentemente rimossa accuratamente, viene rimessa al suo posto e sigillata con  legno e fibre vegetali, perché la ferita nell’albero si rimargini presto e l’albero cresca attorno ad essa, inglobando il corpo del bambino al suo interno.

E l’albero crescerà e il bambino crescerà con lui.

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