Namasté Mumbai!

Posted on 25 giugno 2011

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Atterro verso l’ora di pranzo ma uscito dall’aereo invece di ritrovarmi a Bombay mi scopro a Mumbai. E’ questo il nuovo nome che si è data la metropoli più grande dell’India, nel tentativo di allontanare il più possibile da sé il ricordo inglese. Scivolato fuori dai tornanti dall’aeroporto vedo le case diventare sempre più povere, fino a trovarmi in mezzo agli Slum, vere e proprie baraccopoli con case fatte di rifiuti, plastica e lamiera. La gente è povera e sporca, come nei villaggi della campagna indiana, ma qui anziché gli alberi di baniano ci sono i grattacieli a fare ombra sui tetti malconci. Più avanti la scalata sociale ricomincia, fino a scendere nella downtown più ricca, con i palazzoni coloniali e la gente vestita con le maglie della Levi’s o con le facce degli attori di Bollywood. Arrivo a Colaba, il quartiere più vivo della città, e quello più amato da chi viaggia con lo zaino in spalla e grandi sogni nelle tasche.

Il mio Hotel è un buco, al primo piano di un vecchio palazzo. Si chiama Carlton e lo trovo solo grazie ad un cartello bianco troppo rovinato. Standard indiano per quanto riguarda la pulizia, nessuna aspettativa per quanto riguarda il confort, ma alla fine quello che conta è un tetto sopra la testa e un materasso su cui sistemarsi per la notte. La mia stanza misura due metri per tre e non ha il bagno, che invece trovo nel corridoio, ma su due pareti ha delle enormi finestre che danno luce e aria, lussi impagabili nelle metropoli. E poi la location è fantastica, alle spalle del Taj Mahal Hotel, l’albergo più lussuoso di tutta l’India, un pezzo di storia che ha ospitato illustri e illustrissimi e che ammiro sdraiato sul mio lettino pagato 400 rupie a notte.

Scendo a piedi per le strade ricolme di negozi di qualsiasi cosa intervallati da ristoranti, caffetterie all’occidentale (il Leopold è una tappa immancabile a Mumbai) e poi tappeti, gioielli, sete e pashmine. Passeggio fino alla piazza del Museo, circondata da alti edifici ottocenteschi. Rispetto al resto del subcontinente non mi sento in India, ma questo posto ha delle vibrazioni positive, ti fa sentire a tuo agio e ti invita a fermarti qualche giorno. Lungo una delle vie principali sono infilate costruzioni neogotiche di chiaro stampo anglosassone. C’è la University, con le torri che sembrano campanili, c’e’ la High Court, la biblioteca centrale (in cui mi infilo il giorno dopo in mezzo ad un gruppo di studenti, ostentando sicurezza e sorrisi).

Imbocco un grande viale arioso e arrivo al mare, proprio mentre inizia una pioggia leggerissima, quasi piacevole. Scivolo tra la gente che passeggia su Marine Drive, il lungomare fiancheggiato da alberghi e ristoranti. Per la prima volta in India vedo qui ragazzi che camminano mano nella mano. Non sono sposati, questo è certo, si tratta solo di amore. Come è normale da noi, come è meno normale qui (dove comunque il 90% delle persone, anche a Mumbai, rimane vergine fino al matrimonio). Ogni tanto qualcuno mi ferma chiedendomi di posare in una foto e io mi presto volentieri a diventare l’elemento esotico dei loro racconti serali con gli amici.

Cammino qualche chilometro e circumnavigo la baia fino alla spiaggia, animata all’inverosimile, nonostante il cielo nuvoloso e il mare violento. Qui si vende tutto e si compra tutto, si viene con qualcosa di improvvisato e si cerca di rifilarlo a qualcuno: si tratti delle frittelle fatte a casa la mattina, piuttosto che di una vecchia macchinina a pedali da far guidare ai bambini, o del piccolo pony legato ad un palo su cui chiunque può improvvisarsi cavaliere. Qualche temerario prende il sole che non c’è in mutande grigio slavato. Uomini e donne sono rigorosamente separati e le mussulmane vestono il velo integrale che lascia loro scoperti solo gli occhi.

Risalendo verso la strada mi arrampico su una scalinata che porta al tempio più antico di Mumbai, Babulnath, dedicato a Shiva il distruttore. Lungo i ripidi scalini le donne, e solo le donne, lasciano delle foglie con una piccola candela di canfora incendiata, formando un magnifico fregio di fuoco dal sapore antico. Il tempio è affollato di fedeli intenti nelle puja, le offerte, e immersi in un coro devozionale che snocciolano ad occhi chiusi.

Ridiscendo verso il mare e mi arrampico di nuovo sulla collina, questa volta attraverso un bosco fitto di giungla e scimmie. In alto, sudato, finisco in pochi secondi una ThumbUp, la CocaCola locale, dolce e speziata, e passeggio per i giardini pensili. Non mi interessano per niente i giardini pensili ma in questa zona sto cercando i parsi, una minoranza religiosa di origine persiana, di cui in India, per la maggior parte a Mumbai, vivono 100000 fedeli, tutti occupanti le più alte cariche di politica e finanza. I parsi, per tradizione, non vogliono sporcare con i propri cadaveri la terra e così hanno inventato le Torri del Silenzio, delle costruzioni circolari cui è altamente proibito accedere, in cui lasciano i cadaveri, bagnati di urina, alla fame degli uccelli, che ne facciano cibo e natura e vita. So che qui attorno ce ne sono alcune, ma il luogo è segreto, così vado per tentativi fino a che mi imbatto in un lungo e alto muro aperto solo su un cancello sorvegliato da una guardia. Dalle mura sbocciano alberi altissimi che coprono la vista anche ai balconi circostanti. Ecco le Torri. Discendo la via lungo il perimetro del muro fino a che mi trovo da solo, senza persone né traffico. Solo silenzio e il rumore continuo dei corvi. Mi accoccolo nella piccola sensazione di paura e disagio fino a che mi sento a casa.

Intanto il cielo si fa nero per la notte che chiede il suo spazio e le macchine accendono i fari per farsi strada. Ritorno verso la folla e cerco un ristorantino per rimpinzarmi di salsa masala. In un curry di montone affondo i pensieri della giornata per ritirarli fuori ancora più saporiti ed interessanti. Il mio viaggio alla scoperta di Mumbai è appena all’inizio. 

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Posted in: India, Racconto, Viaggi