Per le strade del Bronx

Posted on 25 giugno 2011

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Se siete a New York, e vedete qualcuno che si aggira con gli auricolari ben infilati negli orecchi, le mani in tasca e lo sguardo attento, seguitelo.

Se i passi sono di una lentezza non normale e cadenzati come fossero dettati da un metronomo, se ad ogni incrocio sembra rallentare, come aspettando che qualcuno gli indichi la strada, se il suo sguardo si sofferma su qualcosa di comune a prima vista, ma di straordinario ad un secondo esame, se si infila in stradine strette, in cunicoli, in negozi impolverati, in bar dalle insegne traballanti, e via di questo passo, allora forse ha nell’ipod un cd di Soundwalk.

Soundwalk è un progetto di audioguide, ma chiamarlo così è riduttivo. E’ un’esperienza totalizzante che affida ad una persona nata e cresciuta in un determinato quartiere il compito di accompagnarti tra le abitudini e i luoghi della sua città.

Ci sono solo due regole in Soundwalk, rispettare il ritmo dei passi della guida, e non attraversare le strade se non quando lo dice la voce. Se uno rispetta queste indicazioni, l’esperienza è magica.

Nelle orecchie si fondono suoni, musiche, rumori, voci di quartiere. Un modo completamente diverso di girare la città, entrando anche in negozi, bar e ristoranti, vie, strettoie dove uno magari non andrebbe mai, ma la voce nelle orecchie ti spinge ad andarci, e ti senti quasi obbligato.

Scarico da iTunes i miei Soundwalk ma la prima traccia proibisce espressamente di ascoltare la guida in casa, quindi mi metto l’abbonamento della metrpopolitana in tasca ed esco.

Treno 5, linea verde, fermata Simpson Strett: il cuore di South Bronx.

La voce che mi accompagna è quella di BG183, aka Sotero Ortiz, uno dei fondatori della TATS Cru, il più importante gruppo di graffiti artist nel South Bronx. La sua voce mi porterà lì dove, trent’anni fa, sono nati i graffiti.

Mi sposto tra muri dipinti, i parchi gioco con i canestri abbattuti, i prati recintati, le montagne di spazzatura, le auto incendiate e altro ancora. Fossi da solo avrei paura forse, ma non sono solo: c’è la voce che mi accompagna e mi guida. E così scopro i muri più nascosti, e l’autore del disegno mi spiega perché ha scelto quel soggetto e che significato ha quell’opera su quel muro, in quella via. Il quartiere è, infatti, pieno di omaggi a cantanti hip hop morti, o a personaggi fondamentali della graffiti art, ammazzati, finiti in galera, o morti di droga. Ai piedi di queste opere omaggi di candele e fiori ormai secchi.

Il quartiere parla spagnolo, anche le insegne sono in spagnolo. La comunità portoricana la fa da padrone qui, lo si capisce dalle bandiere esposte un po’ ovunque, e comunque basta guardare in faccia chi c’è per strada (non vedrò un bianco per tutta la durata del mio percorso nel Bronx).

E anche l’abbigliamento va per razze: i latini hanno pantaloni larghi, Timberland ai piedi, camicie a scacchi su magliette colorate, e poi un bomber o un piumino col cappuccio. In testa una specie di bandana, sul viso un pizzetto curato. I neri invece hanno le scarpe che luccicano, tanto che sembrano appena uscite dal negozio, ad uno ho perfino visto la placca antifurto attaccata alle stringhe. I pantaloni naturalmente sono oversize, ma di un jeans perfetto, senza una macchia o una sbavatura, e anche l’orlo dei pantaloni è ben dentro le scarpe, per non far rovinare gli stessi e per mettere in risalto le calzature. Sopra canottiere da basket o camicette da baseball o maglie da football americano, coperte da una giacca di pelle, con mille ricami o disegni, o da una pelliccia ecologica o vera, su cui troneggiano croci o altri simboli dorati. Sembra un film ma non lo è, e i graffiti e i morti e le candele sono lì per ricordarcelo.

Dopo aver esplorato tutte le strade di South Bronx prendo  la metro per addentrarmi ancora di più nel quartiere raggiungendo il River Bronx, un piccolo agglomerato di strade e di case da quattro soldi in cui è nato l’hip hop. A fare da guida questa volta c’è “The Original Jazzy Jay”, il primo DJ a portare la musica hip hop alla radio, su KISS FM.

Il percorso gira per strade dove apparentemente non c’è niente da vedere, solo cancellate arrugginite, parchetti deserti, marciapiedi sporchi e grandi caseggiati di mattoni scuri. Ma poi scopri che qui, in questa casa, è stato inventato lo scratch, qui invece si è ballato la breakdance la prima volta, qui c’è stato il primo concerto hip hop, qui si tenevano le prime feste all’aperto. E con la voce nelle orecchie si materializza un mondo.

In un ambiente modesto, anzi povero, in mezzo al niente, lontano anni luce dai fasti di Manhattan e di Broadway, c’è il cuore della cultura e della controcultura contemporanea, qui ci sono le radici della maggior parte dei nostri artisti, dei nostri sperimentatori musicali, dei nostri ballerini e dei nostri cantanti. Qui, dove quasi non c’è niente, è nato il sogno di cambiare (la propria vita e il mondo). E molti ci sono riusciti o hanno spinto altri a farlo.

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