Fes e il medioevo in Marocco

Posted on 28 luglio 2011

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Fes (Fez) è un dedalo, un labirinto, e io ho poco tempo. Così per visitare la città mi affido a Said, una guida locale che mi dà una mano a scegliere nell’immenso groviglio di cose da fare e da vedere e mi racconta della sua città che ama più di ogni cosa al mondo (sua moglie esclusa).

Per prima cosa mi fermo davanti al Palazzo Reale. Ogni città ha qui il suo palazzo reale, dove il sovrano Marocchino può dimorare nel suo girovagare tra una regione e l’altra. In questi giorni è a Fes, e infatti è proibito fotografare o riprendere la porta da cui entra ed esce il sovrano Mohammed VI. Davanti all’altra porta tre rappresentanti dell’arma marocchina posano per i turisti. Io non sono da meno.

Due strade più in là inizia il Mellah, il quartiere ebraico presente in ogni città. Con la creazione dello stato di Israele sono ormai pochi gli ebrei che vivono ancora in questi ghetti, ma qui a Fes, grazie al contributo dell’Unesco, il Mellah è perfettamente restaurato, anche se privo del fascino che doveva avere nel XIV-XV secolo.

Per entrare nella Medina schivo gli asini carichi di merce che si fanno strada tra gli stretti vicoli: l’animale è l’unico mezzo di trasporto possibile in queste stradine tortuose. Con il naso all’insù vedo i minareti, a lato le Mederse e le Moschee, a terra gli avanzi del mercato.

La città è un gioiellino architettonico, con le strade, ora stracolme ora deserte, che hanno ancora un sapore medioevale.

Mi incanto davanti ai tintori di filo che prendono le matasse di seta vegetale ricavata dal cactus, e la immergono in acqua sporcata da indaco o zafferano o altre tinture vegetali. Il filo si bagna, si strizza, si ribagna, risciacqua, penzola, si tira, si stritola, e viene appeso. Colorato. Pronto per essere tessuto.

Poco più avanti sono travolto da un odore acre e pungente. Cerco nella tasca delle bucce di un’arancia che ho mangiato poco prima e me le porto alle narici per avere un po’ di sollievo. Siamo nel quartiere delle concerie, dove le pelli vengono lavorate e preparate per il commercio. E’ una delle attività della città più famose in tutto il Marocco e il mondo.

Per poter vedere le concerie dall’alto (sono chiuse tra alcune costruzioni) Said mi porta in un’abitazione trasformata in negozio. Superati scaffali di borse e babbucce ci troviamo su una terrazza che dà su uno spettacolo vecchio di mille anni.

Decine e decine di vasche di mattoni crudi e piastrelle e persone che con le gambe e le braccia nude spostano pellame e colori.

Le pelli vengono pulite in vasche di calce viva, poi vengono appese per essere asciugate al sole e poi conciate in vasche che contengono, tra le altre cose, escrementi di piccione, urina di mucca, oli di pesce, cervella animale, sali di cromo e acido solforico. Gli operai immergono le pelli con i piedi e con le gambe le mescolano nelle vasche per poi tingerle aggiungendo colori naturali.

Dopo poco lascio cadere il rametto di menta che un premuroso commesso mi ha allungato per permettermi di godere lo spettacolo senza storcere il naso. Non ce n’è bisogno. Lo spettacolo toglie il fiato. Mi fa accatastare nella mente ricordi di foto viste, film, cose lette nei libri. Tocco sugli scaffali le pelli conciate: sono morbidissime, in particolare quelle di capra.

La sera nella ville Nouvelle Fez sembra tutta un’altra città. Il medioevo è lontano. Nella via principale, i giovani di Fes si strusciano l’uno sull’altro, in uno dei pochi punti d’incontro della città, raffreddati dall’acqua delle molte fontane. Si guardano, si parlano, s’incontrano, si conoscono. Possono farlo solo qui, considerando anche il fatto che nei bar (dove non servono alcolici) le donne non sono ben viste… Due passeggiano mano nella mano, lei ha dei pantaloncini corti, lui indossa l’abito tradizionale lungo fino ai piedi. Rappresentano il cambiamento, l’apertura alla modernità. Si fermano per baciarsi e io, che continuo a camminare, mi avvicino. Li guardo bene: c’è qualcosa di strano. Li sento parlare: sono italiani.

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Posted in: Fes, Marocco, Viaggi