L’Impero di Meknes

Posted on 28 luglio 2011

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La stazione di Meknes è piccola ma non manca niente: c’è il bagno, un banchetto per le sigarette, un altro per biscotti e patatine. Compro l’acqua per idratarmi dopo il viaggio da Casablanca.

Pochi metri e mi sistemo in un hotel nella zona nuova della città, dove l’occidente è penetrato di più e lo si trova tra le insegne luminose e le pubblicità appese ai muri. Un bar da cui esce odore di fumo alla mela bruciato nei narghilé mi ricorda che siamo in Marocco.

Sistemate le cose scivolo lungo un vialone principale nel buio della notte verso la Medina per cercare un posto per la cena.

Mangio il primo delle decine di Tajine del mio viaggio: uno stufato di carne (agnello, pollo, manzo o polpette) cotto in una pentola di ceramica con il coperchio a forma di cono posta direttamente sul fuoco. Concludo la cena con il whisky berbero, come chiama il cameriere il tè alla menta facendo una battuta ripetuta per la millesima volta. Si versa dall’alto per far espandere il profumo nell’aria: il sapore è dolce da far venire la nausea, ma buono per far scivolare la cipolla e i peperoni.

Dopo cena passeggio tra le strade deserte della Medina che domani si popoleranno di un mondo che ora posso solo immaginare: fatto di venditori e compratori, di gente annoiata e di gente piena di speranze, di veli che coprono il capo e di baffi che nascondo sorrisi sornioni.

Mi perdo tra le stradine senza paura, fino a sbucare nella grande piazza deserta, dove mi viene voglia di gridare per riempire quel vuoto che mi risucchia fortemente. Lo faccio senza che nessun suono mi esca dalla bocca, con un grande respiro.

Prima di andare a letto passo in un locale che c’è nel mio albergo, uno dei pochi della città. Un cantante con un microfono a filo è appoggiato ad una pianola suonata da un baffuto annoiato e canta canzoni arabe dalle melodie difficili per i nostri orecchi. Gli uomini, giovani e meno giovani, occupano in gruppo i tavolini e i divanetti, ordinando grandi quantità di birra, essendo questo uno dei pochi luoghi in cui è possibile reperirla in città. Poche sono le donne e tutte probabilmente prostitute. Una chiacchiera con i clienti, un’altra aspetta sola che qualcuno si faccia avanti, in due scrutano tutti guardando dritto negli occhi, senza quello sguardo basso che la donna dell’islam deve avere in presenza di altri uomini. Non mi calcolano: avranno capito dai pantaloni stropicciati e dalla maglia anonima che non sono un uomo d’affari in cerca di avventura extraconiugale.

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All’alba l’aria è umida. Stanotte ha piovuto, fatto strano da queste parti. Ma quest’anno, a detta della cameriera che serve la colazione, è l’anno più umido che si ricordi in Marocco e infatti la vegetazione è verde e rigogliosa un po’ dappertutto.

Meknes dall’alto: una città bianca e un po’ sporca, costellata di minareti e antenne paraboliche. M’intrufolo nella Medina (il centro storico), tra strade strette, bancarelle, gente che lavora e chi più ne ha… Il primo impatto è misto di fascino e di repulsione. Il “Diverso” fa sempre quest’effetto. L’odore è a volte nauseabondo, soprattutto quando passiamo accanto al souq delle carni, dove per distinguere quale animale è stato macellato a quel banco viene appesa una testa mozzata ad un gancio sopra il bancone.

I banchi delle olive sono opere d’arte.

Visito la Medersa Bou Inania, una scuola coranica medioevale, decorata secondo lo stile arabo, che mescola stucchi fatti di polvere di marmo e bianco d’uovo e mosaici di piastrelle su cui è ripetuto il nome di Allah decine e decine di volte. Più tardi entro in una Moschea, fatto strano in Marocco (e infatti sarà l’unica che visiterò in tutto il viaggio). Una legge coloniale proibisce ai non mussulmani di entrare nelle moschee ma quella d Moulay Isma’il fa eccezione poiché conduce al mausoleo dello stesso. A terra ci sono le stuoie dove i fedeli cinque volte al giorno si piegano per la preghiera, rivolti verso la Mecca.

Un ragazzo prega, sinceramente contrito. Ha le piante dei piedi nere, consumati da lunghe camminate senza scarpe.  Solo un sguardo, poi mi imbarazzo ad essere testimone di un momento così intimo.  Chi ce l’ha con i mussulmani dovrebbe farsi un giro in una moschea, per vedere con quale intensità e sincerità si prega. Cose sconosciute ai fedeli italiani…

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Posted in: Marocco, Meknes, Viaggi