Ancora in bilico a Dakar

Posted on 13 settembre 2011

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Il Monumento alla Renaissance Africaine svetta altissimo sopra la povertà di tutto il Senegal. Costato uno sproposito, costruito da una società coreana con soldi pubblici ricavati dalla vendita di terreni dello stato, è oggi la più grande scultura di bronzo dell’Africa, più grande di qualsiasi altra in Europa o in America, seconda solo ad alcune opere asiatiche e russe. Fortemente voluta dal presidente senegalese Abddoulaye Wade (che ora ne pretende una percentuale di profitti) rappresenta la rinascita del popolo africano, simboleggiata da un uomo che guarda verso il futuro con una donna per mano e un figlio sulla spalla. La statua, già enorme di per sé, con i suoi 49 metri d’altezza, è collocata sopra una collina artificiale solcata da una lunga scala di cemento. Dall’alto Dakar sembra una metropoli qualunque, ma se ci si intrufola tra le vie e le piazze si scopre il suo carattere fortemente contraddittorio e il suo essere costantemente in bilico tra il passato e il futuro. Il centro pullula di edifici coloniali, scomodi lasciti trasformati in palazzi pubblici, banche o hotel. Piazza dell’Indipendenza, il cuore della città, è spoglia e senza attrattive, ricettacolo di venditori improvvisati e furfantelli seriali (la sera, passeggiando verso il Calypso, unico locale aperto durante il Ramadan, per due volte cercheranno di derubarci senza riuscirci). Il mercato principale, organizzato e preciso come fosse un mercato europeo, vende aragoste e gamberi, granchi e pesci di grosse dimensioni: segno che anche qui sta nascendo una borghesia in grado di pretendere un certo standard di alimentazione. Pullulano gli asettici supermercati in stile occidentale e molti sono i negozi che espongono vestiti sportivi o casual, in netta opposizione con quelli tradizionali che colorano le campagne di tutto il West Africa. Il traffico non lascia tregua e lo stesso fanno i venditori al mercato dell’artigianato: che si tratti di dipinti fatti con la sabbia, sculture di legno o pelli di coccodrillo ammorbidite con lo sputo, i senegalesi sono artigiani abilissimi e abilissimi contrattatori. Lungo la strada ci incuriosisce una moschea sulla spiaggia e scendiamo verso il mare. Una miriade di bambini fa il bagno nelle acque torbide increspate dal vento mentre gli adulti si riposano all’ombra cercando di tenere a freno i crampi della fame per il Ramadan appena iniziato.  Poco prima eravamo stati anche nella cattedrale, nel quartiere più ricco e moderno di Dakar. Sulla facciata svettano degli angeli di bronzo: le loro fattezze sono africane, come nera è la pelle delle persone ritratte nell’affresco sulla cupola. La cosa può sembrare naturale ma colpisce, scardinando un’iconografia che ormai fa parte del nostro immaginario.

Nonostante i tentativi di furto e il Ramadan in corso, la sera  proviamo ad andare in un locale, per vivere la famosa movida senegalese. Il primo tentativo ci porta in un bar dove a farla da padrone sono tavoli da biliardo e fumo di sigarette, troppo cupo e maschile per poterci attirare; il secondo tentativo, alla discoteca Calypso, ci catapulta in un giro poco tranquillizzante di donne disinibite e uomini sudaticci: ce ne usciamo subito. Alla fine optiamo per un bissap rosso fuoco e freddo di ghiaccio sorseggiato all’Iguana, un bar frequentato per lo più da stranieri che lavorano a Dakar e, scopriamo poi, da ragazze in cerca di un protettore. Assistiamo a una scenetta tra una ragazza formosa poco più che ventenne e un signore prossimo alla pensione. Non si accordano sul prezzo (o forse sulle prestazioni) e lei se ne va. Provano una negoziazione da lontano. Lui la insegue, si parlano per strada. Alla fine rimangono entrambi a bocca asciutta: le dure leggi della contrattazione senegalese, estenuanti e logoranti, non risparmiano nemmeno l’amore (o il sesso).

Altre tappe del viaggio in Africa

In Senegal: DakarIsle de GoreeLago RosaSaint LouisLangue de BarbarieToubaJoal Fadiouth.

In Gambia: Banjul e Juffureh.

In Mali: BamakoDjenneTimbuktuSegouPays DogonMopti.

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