La Grande Moschea di Touba

Posted on 2 ottobre 2011

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Cheikh Ahmadou Bamba si staglia sui muri delle case povere di tutto il Senegal. E anche sulle ville e i negozietti, sulle barche, sulle moschee, è stampato su volantini, poster, libri. L’unica fotografia esistente di Cheikh Ahmadou Bamba è l’immagine più riprodotta della nazione, assieme alle foto dei campioni di lotta Senegalese.  Venerato come un santo, è il fondatore della città di Touba, una delle più importanti mete di pellegrinaggio di tutta l’Africa islamica. Vissuto alla fine dell’800, fondò la confraternita Mouride, ancora oggi la più potente organizzazione religiosa del Senegal, e stabilì la sua sede a Touba, nominandosi primo Califfo. Dalla sua morte, avvenuta nel 1927, di Califfi se ne sono succeduti otto (prima i suoi figli, poi i suoi nipoti) e tutti si sono occupati di creare attorno a Touba un movimento di soldi e fedeli secondo solo a quello della Mecca, alimentando i flussi con preghiere e promesse. Sono migliaia le persone che ogni giorno vengono alla Moschea, pregano attorno alle tombe dei Califfi, si prostrano sul pavimento, dormono, discutono, giocano, chiedono l’elemosina. Tutto sotto lo sguardo vigile dei Dottori della Moschea che si occupano di vendere ai turisti (stranieri e non) rosari e immagini di Bamba. L’accesso all’interno è proibito ai non mussulmani, ma già facendo il giro delle cappelle e delle gallerie (con i piedi che bruciano sui marmi roventi) si intuisce la magnificenza del luogo, per altro in continua evoluzione. Califfi e amici dei Califfi (tra cui Gheddafi) fanno a gara nell’elargire denaro e aiuti alla confraternita e così la Moschea è tutta una profusione di marmi rosa dal Portogallo e bianchi da Carrara, stucchi dall’Arabia Saudita e tappeti dal Belgio, porte rivestite di oro e lampade cesellate da artigiani sopraffini. Il contrasto tra la Moschea e la nazione circostante è sbalorditivo, accecante quanto il riverbero della luce sulle superfici lucide e simmetriche, continuamente ripulite da volontari chini con uno straccio lercio. Gli stessi che, poco lontano, vediamo giocare sporchi ma felici in un villaggio Mandingo nei pressi di Toubacouta.

Perché tutti questi soldi non vengono spesi in un altro modo? La domanda sorge spontanea ad ogni passo, e probabilmente sarebbe stata la stessa che mi sarei fatto fino a poche centinaia anni fa in Europa, quando tra le catapecchie cariche di peste sorgevano chiese opulenti e sfarzose.

La risposta è presto detta: chi non ha che un soldo continuerà a dare quel soldo a Dio, nella speranza che si moltiplichi o, per lo meno, che serva ad ottenere qualche gioia che con quel soldo non si può comprare; chi di soldi invece ne è pieno, farà in modo di darne molti a Dio, nella speranza che si possa così nascondere la maniera spesso poco consona con cui quei soldi sono stati recuperati, o per lo meno fidando che l’esibizione pubblica di denaro possa aumentare consensi e benevolenze.

E il Senegal non fa eccezione.

Altre tappe del viaggio in Africa

In Senegal: DakarIsle de GoreeLago RosaSaint LouisLangue de BarbarieToubaJoal Fadiouth.

In Gambia: Banjul e Juffureh.

In Mali: BamakoDjenneTimbuktuSegouPays DogonMopti.

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Posted in: Racconto, Senegal, Viaggi