Dove nacque Kunta Kinte

Posted on 6 ottobre 2011

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La piccola piroga di legno oscilla ora a destra ora a sinistra sbattuta dalle onde che si fanno sempre più grosse. Il motore, aggiunto successivamente e tenuto legato con dello spago, romba spingendo la barchetta oltre le sue possibilità. Eppure galleggia. Il cielo minaccia temporale e l’Isola di Saint James è ancora lontana. Ci arriviamo poco prima della pioggia, mentre il vento scuote violento i Baobab e gli arbusti rigogliosi.

Sbarchiamo, sul pontile sonnecchiano alcuni pescatori. Parliamo poco, forse proprio perché sappiamo quanta storia è passata da quel minuscolo pezzo di Isola via via erosa dal fiume. Qui venivano smistati gli schiavi per essere portati in America, erano divisi, ingrassati, marchiati prima del Grande Viaggio, prima di lasciare per sempre (e per generazioni) la terra natia. Dell’antico forte non rimangono che ruderi e forse proprio per questo il luogo è così denso di atmosfera e fascino. Alla Isle De Goree, in Senegal, le sensazioni erano diverse: tutto era sistemato e nuovo e carico di turisti, qui invece si respira ancora un’aria lugubre e piena di morte. Le prime gocce di pioggia che annunciano uno dei tanti violenti temporali estivi ci costringono a ripararci sotto una piccola costruzione dal tetto di paglia, in attesa di decidere se e quando affrontare il fiume per tornare sulla terra ferma. Il cielo sembra dare un po’ di tregua e ci mettiamo in barca, sorpresi poco dopo da una nuvola che ci inzuppa e dal vento che ci schiaffeggia. Il viaggio dura quindici minuti e la pioggia che ci bagna è fastidiosa, ma penso alle lunghe settimane che dovevano affrontare gli schiavi deportati in condizioni molto peggiori delle nostre. Anche questo percorso lo affrontiamo in silenzio.

Un brutto monumento contro la schiavitù, divenuto uno dei simboli del Gambia, e un piccolo museo completano il quadro di Juffureh, città eretta a Memoria di alcune delle più brutte pagine di storia dell’umanità. Qui i turisti ci arrivano con sottobraccio una copia di “Roots” (“Radici”) di Alex Haley che da quarant’anni emoziona mezzo mondo (anche grazie alla storica serie televisiva omonima). Haley venne a Juffureh negli anni ’60 dopo un lungo percorso di ricerche durato decenni: cercava le sue radici. La sua pelle nera gli ricordava ogni giorno la sua origine: era discendente da uno schiavo deportato dall’Africa, Kunta Kinte. Di lui conosceva solo il nome e la sua storia: fu rapito mentre tagliava la legna e trasportato in Africa. Lì ebbe dei figli che ebbero dei figli che ebbero dei figli. Ad ogni nascita la famiglia si riuniva e raccontava la storia eroica del vecchio bis bis nonno. Di racconto in racconto molti particolari si persero ma sopravvissero alcune parole. Grazie ad alcuni linguisti, grazie allo studio dei registri delle navi, ma soprattutto grazie ad un’enorme determinazione, Haley risalì al Gambia e a Juffureh. Così prese un aereo e attraversò l’oceano, recuperò un’interprete e trovò un Griot, un racconta storie depositario del patrimonio storico e mitico, figura emblematica dell’Africa Occidentale. Il Griot gli parlò della famiglia di Kunta Kinte, di come questo ragazzo fu rapito e di come la sua famiglia lo pianse quando non fu più ritrovato. E Haley ritrovò anche i suoi antenati, i figli dei figli dei fratelli di Kunta Kinte. Incontrò Binta Kinte, morta pochi anni fa, e sua sorella (ancora in vita) e tutto il villaggio di Juffureh. E le cronache raccontano di una grande emozione che si tramutò in un pianto congiunto: dopo tre secoli una famiglia si riuniva. Anche noi ci fermiamo dalla famiglia Kinte che vive in una tipica casa mandinka con le camera da letto che si aprono attorno ad un cortile, luogo di parole e chiacchiere. La vecchia signora è lì, mentre si sventola per allontanare le mosche, all’ombra delle foto e degli articoli di giornali che parlano di Haley e di Juffureh. I Kinte parlano solo Mandinka, la lingua dei Mandingo, e per comunicare con loro usiamo l’interprete. La donna indica la foto di Haley, ci parla di Kunta Kinte come avrà fatto mille volte e come farà fino alla sua morte e come faranno i suoi figli e nipoti. Qui devono tutto a lui e al suo libro. Dopo l’uscita di “Radici” in molti imitarono lo scrittore e arrivarono in Gambia per ritrovare i propri avi e Haley fece costruire nel villaggio un pozzo e lo dotò di un generatore di elettricità: oggi il pozzo è ancora in funzione ma il generatore è fermo da molti anni, per farlo operare occorre denaro e Juffureh di denaro non ne ha, e non bastano nemmeno le donazioni dei visitatori commossi.

E’ colpa nostra, colpa dei nostri progenitori, siamo stati noi ad impoverire queste terre, noi a non aiutarle nel processo di crescita e di sviluppo. Prima o poi, ne sono certo, dovremo ridare all’Africa quello che gli abbiamo tolto: il futuro.

«(Kunta Kinte) Non riusciva a credere che esistesse una tale ricchezza, che davvero ci fosse gente che viveva fra tanti lussi. Poi capì, vagamente, che quel lusso era qualcosa di irreale, una specie di splendido sogno in cui i bianchi si calavano, una menzogna che raccontavano a se stessi, illudendosi che dal male potesse nascere il bene, che si potesse essere civili fra bianchi e al tempo stesso trattare barbaramente coloro la cui fatica e il cui sangue rendevano possibile la vita di privilegi da essi condotta.»

Da “Radici” di Alex Haley.

Altre tappe del viaggio in Africa

In Senegal: DakarIsle de GoreeLago RosaSaint LouisLangue de BarbarieToubaJoal Fadiouth.

In Gambia: Banjul e Juffureh.

In Mali: BamakoDjenneTimbuktuSegouPays DogonMopti.

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