I templi del Sesso di pietra

Posted on 13 giugno 2012

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Sono in Orissa, uno degli stati meno visitati dell’India. Ci sono arrivato da Calcutta, dopo un estenuante viaggio in treno che mi ha tenuto occupato un giorno intero, dalla mattina alla sera. Nel mio vagone di terza classe (ma con aria condizionata) c’era una famiglia dell’India del Sud e un cinese trapiantato da decenni in India. Tra odori di cibo e di persone, due ore di ritardo e aria condizionata alzata al massimo, il viaggio non è stato dei più piacevoli.

Piano piano il treno entra nella stazione di Bhubaneswar, la capitale dello stato. Finalmente a meta.

Scelgo di sistemarmi in un albergo statale, dai prezzi fissi e ben inserito nel territorio, povero di strutture turistiche rispetto agli altri stati dell’India. La pretesa dell’hotel è di essere un quattro stelle, con una grande costruzione illuminata anche di notte, enorme scritta al neon e bel giardino sul davanti, ma i servizi sono da due stelle o, meglio, in “stile indiano”. L’Orissa è uno stato incuneato tra il nord e il sud dell’India e per questo viene spesso snobbato da chi “fa il nord” perché troppo a sud e da “chi fa il sud” perché troppo a Nord. In effetti non è comodo da raggiungere, ma vale la pena venire in questo territorio perché qui c’è una delle più alte concentrazioni di templi antichi di tutta l’India, molti dei quali ancora utilizzati dai fedeli. In più gran parte dello stato è ancora tribale, di religione pagana e di antiche tradizioni. Avrei voluto visitare la parte sud della regione, tra tribù e villaggi, ma i monsoni e la difficoltà di organizzare il viaggio in questo periodo mi hanno fatto desistere dal mio programma (sarà proprio in queste zone che verranno rapiti Paolo Bosusco e Claudio Colangelo nella primavera del 2012). Il primo giorno lo dedico a visitare due importanti siti vicino alla Capitale, Puri e Konark, e per farlo mi avvalgo del giro in bus organizzato dallo stato dell’Orissa per 130 rupie, nemmeno due euro. Sul vecchio mezzo con gli ammortizzatori ben oliati ci sono una manciata di turisti indiani, per la maggior parte bengalesi, dalla zona di Calcutta, e due del Bangladesh. La prima tappa è Pipli, un paesino sulla strada, ma sulla via ci aspetta uno sbarramento: è in corso uno sciopero di protesta per le rivolte in Kashmir. Aspettiamo mezz’ora, ma la situazione non si sblocca. Parlando con la polizia il nostro autista devia su una strada secondaria che sa essere libera. Passiamo tra villaggi e campi, tra fango e bamboo, tra povertà e miseria. Qui c’è’ ancora moltissima gente che vive nei villaggi, senza acqua calda, elettricità, pareti e pavimenti. Per la maggior parte lavorano la terra e li vedo in mezzo ai campi. Chini nell’acqua delle risaie che riflette il cielo bianco di nuvole, ombreggiati da palme alte e troppo magre, abbracciati dalla giungla, quella vera, che minaccia di riprendersi quel pezzo di natura che l’uomo gli ha strappato. Lavorano con l’aratro tirato dai buoi, come nella preistoria, e colgono le pianticelle di riso con le mani, facendo piccoli mazzetti che alla fine pongono in una cesta.

Arriviamo a Konark dopo un paio d’ore di strada. La più grande attrazione della città è il tempio, uno dei più famosi di tutta l’India, non più utilizzato per il culto in quanto in parte distrutto. Si tratta di una costruzione di oltre mille anni che comprende diversi edifici religiosi, scalinate e torri, il tutto organizzato come si trattasse del carro del sole, con ventiquattro ruote scolpite, una per ogni ora del giorno, in grado da funzionare come meridiana. Al livello più basso ci sono scolpiti gli animali, in mezzo gli uomini, in alto gli Dei. Tutti fanno sesso. Gli animali fanno sesso, gli uomini fanno sesso, le divinità fanno sesso. Un tempio del sesso. Konark è uno dei più grandi complessi con sculture erotiche di tutto il mondo, con tutte le posizioni del Kamasutra scolpite nella pietra. La guida dice che in quel periodo ci furono molti uomini morti in battaglia, una enorme povertà e la conseguente voglia di tutti gli uomini saggi di farsi sadhu, eremiti, celibi. Le sculture servivano, quindi, come tentativo di dare una spinta alla crescita demografica, per invogliare le giovani coppie a sperimentare il piacere e, chissà mai, magari ci scappa il figlio. Molte delle posizioni e contorsioni presenti sulla pietra millenaria farebbero impallidire anche gli attori più esperti di film porno o fotografie hard. Le pudiche donne indiane osservano divertite, facendosi la foto con una mano sul pene eretto di un dio o accarezzando il seno turgido di una donna che accoglie due uomini contemporaneamente a testa in giù.

Riprendendo il nostro mezzo potente ci fermiamo alla spiaggia di Konark, dove prendo un bel cocco che mi spaccano con l’ascia per bere il succo, e poi alla spiaggia di Puri. Il mare è scuro e cattivo, le onde sono alte e minacciose, la risacca profonda scava la spiaggia e il risultato è che davanti al mare aspetta una grande duna scura di sabbia e sporcizia e conchiglie. L’atmosfera è romantica, nel senso ottocentesco del termine, con la bruma della pioggia che copre la vista in lontananza e qualche indiano che cammina solitario, pensando a chissà cosa. Sublime, si potrebbe dire. Mi separo dagli altri e faccio due passi. Mi siedo per cercare di vedere fino a dove arriva il mio sguardo (interminati spazi e profondissima quiete) e accanto a me arriva un ragazzo indiano che cammina verso il mare vestito, aspettando che le onde lo bagnino poco a poco, con gli spruzzi che gli raggiungono il viso. Mi invita a fare lo stesso, ma non ho niente per cambiarmi. Cammino sul bagnasciuga con l’acqua fino alle ginocchia, quando poi questa si asciugherà mi lascerà le gambe e i piedi totalmente bianchi di sale. Puri è famosa per il suo enorme tempio, per cui tutti gli anni, a luglio, organizzano un’immensa processione per il paese costruendo un carro enorme per portare in giro gli idoli. Parte di quel carro resiste ancora davanti al tempio e poco a poco lo stanno smontando rivendendo la legna alle persone. Diventerà souvenir, soprammobile, offerta al tempio vicino a casa, legname per la pira funebre. Nel tempio non posso entrare, ingresso vietato ai non hindu, in compenso passeggio tra le bancarelle di souvenir religiosi e mi spingo fino al villaggio dei pescatori dove gli uomini, tornati dal lavoro in mare, stanno stendendo le reti per riparare i buchi e gli strappi. Mi invitano a sedere con loro, sperando in qualche soldo. Qualcuno mi offre della marijuana, qui legale, in quanto usata per i riti religiosi dedicati a Shiva, cui Puri è devota. Declino tutte le offerte e ritorno al bus statale, che finalmente riesce a fermarsi, al ritorno, a Pipli, la città dello sciopero, nota per le sue decorazioni di stoffa di cotone con intarsiati piccoli specchietti. Il buio sta ormai scendendo sulla città e i negozi accendono i paralumi che brillano di mille colori. Magica atmosfera indiana.

Il giorno dopo faccio il giro dei templi di Bhubaneswar. Ce ne sono un centinaio, dicono, ma ne visito solo una decina. Per la maggior parte risalgono al decimo secolo e tutti comprendono una piccola cella con un lingam dedicato a Shiva, simbolo sessuale, una torre scolpita e un piccolo tempio con sculture in prevalenza sensuali o erotiche. Molti sono ancora oggi utilizzati e nel tempio principale gli Occidentali non sono ammessi, ma una piattaforma rialzata costruita duecento anni fa da furbi cristiani permette di spiare all’interno. Peccato che gli indiani siano più furbi e cerchino in tutti i modi di chiederti soldi per salire su quella piattaforma.

La parte più bella della città è il lago sacro, in cui la gente si immerge per bagni rituali (qui manca il Gange e l’acqua ricopre un ruolo centrale e fondamentale nell’induismo, come in tutte le religioni). Attorno al lago ci sono templi e monasteri di ogni genere, sulle rive sostano moltissimi preti o santoni, con la fila di gente che attende di fare con loro un puja, un’offerta. Mi intrufolo in una cosa che sembra un tempio ma è saturo di odore di cibo. In effetti si tratta di un tempio, ma sia all’interno che nel cortile si cucinano enormi quantità di pietanze. I cuochi sono tutti della prima casta, e della prima casta anche i garzoni e gli operai. Tutti Brahaman, per non contaminare il cibo che mangeranno i Brahaman. Nell’edificio accanto il cibo è venduto a tutti per poco prezzo in vasi mono uso di terracotta.

Con un autorikshaw arrivo alle grotte fuori dalla città, grotte costruite mille anni fa da eremiti buddisti probabilmente, che qui si rifugiavano la notte dopo una giornata intera passata a meditare. Molte le sculture e moltissime le scimmie. Nel parco archeologico mi persdo tra rocce e piante, sotto la pioggia leggera ma fastidiosa. Al ritorno mi fermo al museo tribale e da lì, parlando con la curatrice del museo, da un grossista che compra articoli di vario genere dai villaggi tribali del sud dell’Orissa, quella parte della regione che non sono riuscito a visitare, e li rivende in tutto il mondo. Si tratta di una casa privata in un quartiere residenziale, con due stanze zeppe di oggetti di ottone e collanine e statue. E’ da qui che passa la gran parte del commercio etnico di oggetti indiani tribali che arrivano nei nostri negozietti sotto casa, quelli più chic, quelli dove gli oggetti li vendono cari.

Non compro niente, fare acquisti qui mi sembra senza senso. Posso trovare a Roma ogni singolo pezzo che vedo in questi scaffali, la differenza è solo una questione di prezzo. E’ il motivo per cui non mi piacciono i negozi che vendono mobili etnici. Manca completamente il senso per cui acquistare una collanina di osso o una statuetta votiva o un tavolo di legno antico: manca l’esperienza. L’esperienza dell’odore, del sapore, dei colori del luogo da cui l’oggetto proviene.

L’esperienza fa la differenza tra un viaggiatore e un collezionista. E io sono un viaggiatore.

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