La casa di Shiva a Roma

Posted on 13 giugno 2013

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E’ l’odore del fumo del Duni, il fuoco sacro. Impregna i vestiti e i capelli e non ti abbandona, anche dopo giorni: tornato al tuo appartamento o alla tua scrivania, ti ricorda che quel posto esiste a Roma, in zona Casal Lumbroso, pochi minuti dal raccordo.

Il simbolo dell’Om, la sacra sillaba indù, accoglie i fedeli all’ingresso del Kalimandir, il Tempio dedicato a Kali e Shiva. Yogi Krishnanath si è stabilito qui, su un terreno del padre, oltre trent’anni fa. All’inizio era solo il fuoco sacro e una tenda, poi una piccola casetta, negli ultimi anni un tempio dedicato a Kalì, uno dedicato a Shiva, uno a Vishnu, uno a Durga, uno a Shirdi Sai Baba e uno, enorme, in costruzione dedicato a Gorakshnath, il più grande dei Nath, la setta Shivaita cui appartiene Baba Yogi Krishnanath, al secolo Alessandro Pace.

Nel giardino del tempio, stretto tra villette e casupole di periferia, si respira aria di India, e non è solo per il profumo dell’incenso o dei fiori che crescono abbondanti per essere colti per le puja, le offerte agli Dei; è per l’atmosfera religiosa che pervade ogni angolo, diretta emanazione del Guru che qui ha deciso di portare la sua dimora e la sua fede, assieme alla sua compagna, Gori Nath, e ai suoi discepoli. Veste in abiti indiani, cammina scalzo, fa crescere i capelli raccogliendoli in jata, prega, brucia incenso, fuma marijuana nel cilum, come fanno tradizionalmente i fedeli di Shiva, allo stesso modo in cui nelle nostre chiese si accede una candela. Per diverse volte i carabinieri sono stati al tempio e la legge italiana si è scontrata con la legge religiosa. Ma alla fine, si sa, Dio è più forte di qualunque cosa e il Baba è ancora lì ad offrire a Lui la sua preghiera.

Sono molte quelle persone che, ogni giorno, attraversano la città in direzione del tempio: per la maggior parte si tratta di Indiani o Nepalesi che vengono per versare il latte sul Lingam, il simbolo fallico che rappresenta Shiva o per il Satsang, la conversazione spirituale con il Guru. Il Dio è inondato di offerte: frutta, incenso, cibo, monete, e le campane del Tempio sono suonate in continuazione fin dall’alba, con buona pace del vicinato, insieme curioso e orgoglioso di avere un vero Baba accanto a casa. In occasione di avvenimenti religiosi importanti il Tempio si anima e diventa luogo d’incontro per centinaia di indiani di prima e seconda generazione che qui ritrovano un pezzo di casa: si prega, si canta, si danza, si mangiano cibi tradizionali cucinati in grandi pentoloni. Si ritrova il senso sociale della fede: comunione di spiriti e corpi.

Varcato il cancello per uscire dal tempio si fatica a tornare alla normalità, e ci si aspetta che da un momento all’altro da dietro il vicolo spunti un rickshaw o una vacca sacra, invece arriva il bus 906 che romba troppo carico perso l’Aurelia.

India e Italia, in fondo, non sono così distanti.

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