Dove ogni notte gira il carillon

Posted on 26 agosto 2012

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Mosca è un grande carillon con cui Dio, o chi per lui, addormenta qualche piccolino.

Di notte, in un attimo in cui tutti dormono, una mano gigante fa ruotare il centro della città attorno all’Anello dei Viali per caricare il meccanismo e poi, al mattino presto, parte il giro. La musica è quella dolce e malinconica del Lago dei Cigni che qui è stata creata e rappresentata per la prima volta al Teatro Bolshoi.. Mosca è piena di palcoscenici, ad ogni angolo se ne trova qualcuno. E non solo a Teatralnaya, la zona che prende il nome appunto dai teatri, ma anche nelle aree meno centrali. Non per niente qui affondano le radici della nostra drammaturgia, con Cechov, e della nostra regia, con Stanislavskij. E qui, come in pochi altri posti al mondo, si recita tutti i giorni la variegata commedia della vita, come l’hanno raccontata i grandi romanzieri russi dall’ottocento a oggi. Non per niente i russi amano l’opera, pacchiana e finta rappresentazione del vero, come pochi altri al mondo. E amano farsi vedere, stare al centro dell’attenzione, in un karaoke o in mezzo alla strada, sfacciati e senza vergogna.

Mosca è un carillon perché il suo centro ha un’atmosfera da fiaba, con i tetti di zucchero filato e le pareti colorate di caramelle e biscotti. Tutto è perfetto e pulito, colorato, restaurato, ridipinto, e quel poco che ancora mostra i segni del tempo (e del vero) è in via di ricostruzione. Immagino che l’ordine, dall’alto, sia: nascondere tutto quello che può interrompere la fiaba, il sogno, come succede nei parchi di divertimento, dove dietro la facciata di cartapesta nascono muffe, cadono impalcature, lavorano persone, muoiono speranze. Qui però anche dietro la facciata si vive e lo si fa da millenni. C’è chi vive male e chi vive bene. I primi se ne stanno alla larga dal centro, magari ci vengono per caso o per sbaglio, sanno che l’incanto non gli appartiene, loro non sono come il principe Calaf nella Turandot, sgargianti e gioiosi. I secondi invece, i ricchi, i ricchissimi, li incontri in macchine sportive, sfacciate e aggressive, o a spasso in un vestito italiano, su tacchi grattacielo e con occhiali a maschera: sono le russe che sfilano come in passerella per le strade del centro, ai magazzini GUM, lussuosi e appariscenti, o per i negozi italiani e francesi che qui, come dove ci sono i soldi, vanno per la maggiore. Fare un giro per il centro commerciale di Mosca fa capire come mai in Italia i russi arrivano e svaligiano i negozi, qui si fanno i soldi veri, con le industrie, con il petrolio, con il progresso. E per questi nuovi ricchi serve un centro città sfarzoso e perfetto, con i bar che servono centrifughe biologiche e caffè all’aperto con i tavolini di vimini; i nuovi ricchi chiedono una passerella per farsi vedere e così Kamergerskiy Pereulok diventa pedonale, e anche il vecchio Arbat. E poi via con discoteche, mojito, ristoranti, gioiellerie, rolex, caviale, risate, sesso, night club e cocaina. Dall’alto del suo piedistallo Dostoevskij guarda la società che cambia e sembra scuotere la testa. Dove sono finiti gli ideali rivoluzionari? (ma il progresso non è la più grande rivoluzione? Non lo è il benessere diffuso?).

Ci hanno provato i socialisti a far fuori tutto lo splendore della Russia Zarista, eliminare il superfluo, tornare all’essenziale. E’ durato poco (o troppo). La città ci ha messo meno di vent’anni a riprendersi la sua vita, ripopolare i negozi, ridere nei parchi, ingozzarsi di cibo asiatico, georgiano, italiano, francese, russo.

D’inverno il Carillon si trasforma in una palla con la neve, di quelle che se le giri crei una romantica tempesta di fiocchi di plastica che vorticano attorno ai monumenti. La neve gira turbinosa attorno e sopra al Cremlino, con le sue chiese secolari dai tetti d’oro e i palazzi del potere, dove più volte si sono decise le sorti del mondo. E ancora neve sulla Piazza Rossa, un tempo arena di scontri, parate e fucilazioni, oggi solo teatro di raffiche di scatti in pose buffe (una delle cose che i russi amano più fare, assieme al bicchierino di vodka liscia ad ogni portata). In fondo alla Piazza una nevicata speciale decora San Basilio, uscita direttamente dall’immaginazione di un bambino che ancora non sa leggere ma vuole sentirsi raccontare le fiabe per poterle fantasticare: qui ci può vivere la bella addormentata, o la strega di Biancaneve, o forse anche la Bestia che si innamora di Bella. E invece è solo una chiesa, intricato labirinto di cappelle, scale e decorazioni.

Mentre il giro del carillon sta per finire, il sole scende e la musica del Lago dei Cigni si fa sempre più lenta in attesa della carica notturna, mi riposo all’ombra degli alberi dello stagno Patriarsie, proprio lì dove è apparso il Diavolo di Bulgakov nel Maestro e Margherita. Attorno alla pozza d’acqua qualcuno legge un libro, qualcuno beve birra, qualcuno si è addormentato. Mosca mi ha accolto a braccia aperte, facendomi sentire coccolato, viziato, senza respingermi con le sue diversità ma anzi affascinandomi, nascondendo dietro ogni angolo una sorpresa, un’emozione. Grazie, non tutte le città ne sono capaci.

Un matto si butta nell’acqua dello stagno verso la casetta delle anatre fino a raggiungerla e cavalcarla con fare vittorioso. Chissà cosa penserebbe il diavolo di Bulgakov della società Russa di oggi, con i suoi eccessi, le sue speranze e le sue paure. Forse oggi deciderebbe di apparire da qualche altra parte, del resto non c’è più bisogno di lui qui, per esaudire i più bassi desideri degli uomini oggi bastano i soldi. E, a pensarci bene, forse non c’è più bisogno del diavolo in nessun luogo del mondo. Mentre c’è ancora tanto bisogno di Dio, anche qui: altrimenti chi fa girare ogni notte il carillon della felicità?

 

qui un racconto ambientato a Mosca

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