Con le scarpe azzurre

Posted on 30 agosto 2012

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Quella mattina Anton Grigorevich Golubev si svegliò 22 minuti in anticipo rispetto al suono meccanico della sua vecchia sveglia sovietica, cui non si era mai sentito di rinunciare per la paura che un nuovo e più tecnologico orologio potesse non essere così preciso. Anton si fece la doccia, tre minuti in tutto, si vestì con l’abito grigio che aveva già preparato sulla sedia dalla sera precedente, e si preparò il tè scaldando l’acqua nel pentolino: da sempre pensava che il samovar fosse cosa poco adatta per chi vive da solo e prende il tè solo per colazione. Quando si sedette al piccolo tavolo della cucina guardò l’orologio da polso: era in anticipo di 22 minuti. Nonostante questo decise, come suo solito, di non attardarsi in operazioni non essenziali né allungò il tempo di consumo del suo tè che fu, come ogni mattina, di sette sorsi in quattro minuti. Alla metropolitana ci arrivò a piedi, seguendo lo stesso percorso di sempre, senza alzare troppo lo sguardo da terra per evitare di incrociare quello di qualche conoscente con cui avrebbe dovuto fermarsi per uno scambio di chiacchiere, così come si usa. Amava prendere la metro alla fermata Mayakovskaya, nonostante non fosse la più vicina a casa, per la bellezza delle sue decorazioni ma soprattutto per la sua illuminazione, 560 lampadari che rischiarano i 34 mosaici che inneggiano al futuro della Russia. Anton apprezzava soprattutto la solerzia dell’addetto alla manutenzione della stazione poiché nei 18 anni in cui aveva preso la metropolitana non aveva mai trovato una lampadina non funzionante, cosa che, nei luoghi pubblici, lo irritava terribilmente in quanto segno di incuria e distrazione, difetti a lui del tutto estranei.

Quando la scala mobile lo accompagnò alla banchina lungo i binari alzò lo sguardo per controllare l’ora: 22 minuti in anticipo. Non fece in tempo però a compiacersi per la sua precisione che il suo sguardo incrociò qualcosa che lo fece trasalire. Arretrò un passo, come sentendosi cadere, e rialzò lo sguardo: sembrava che nella penultima nicchia in fondo una lampada fosse spenta, ma la distanza non gli permetteva di esserne sicuro. Proprio in quel pensiero lo raggiunse il rumore stridulo e famigliare del suo treno che, giunto alla stazione, frenava per raccogliere i pendolari del mattino. S’immobilizzò e si senti gelare: avrebbe dovuto raggiungere la penultima nicchia per controllare se effettivamente la lampada non funzionasse ed eventualmente segnalare la cosa all’addetto della stazione, oppure salire sul treno senza mai sapere l’effettivo stato di quella lampada quel giorno? Le porte del treno si aprirono, Anton lo riconobbe del rumore, poiché non aveva ancora avuto il coraggio di voltarsi. Si controllò il primo bottone della giacca, che era chiuso come sempre, si sistemò con un gesto dell’indice gli occhiali che erano scivolati leggermente sulla punta del naso e ancora prima che potesse decidere cosa fare sentì il suono secco e deciso delle porte del treno che, chiudendosi, annunciavano la ripartenza della metropolitana.

Anton riuscì ad isolarsi da tutte le voci e da tutti i rumori per concentrarsi solamente su quello del treno che si allontanava. Solo quando gli sembrò di non sentire più alcun suono ricominciò a respirare, ma senza rialzare lo sguardo; nella sua testa risuonava perentoria una domanda: aveva scelto di non prendere il treno e quindi doveva andare a controllare la lampada, oppure tutto era successo a prescindere dalla sua volontà e quindi non doveva controllare alcunché ma aspettare la metropolitana successiva e recarsi al lavoro? Guardò l’orologio della stazione. Era in ritardo. In ritardo non in senso assoluto, ma sulla tabella di marcia dei suoi minuti in anticipo: ora, considerando il tempo di attesa per il treno successivo, sarebbe arrivato al lavoro 18 minuti prima, ma 4 dopo quelli previsti al suo risveglio.

A quel punto Anton fece una cosa che, anche a distanza di tempo, non seppe spiegarsi. Arrivò sul binario opposto un treno che andava nell’altra direzione e ci s’infilò di corsa, stando ben attento a non tornare a guardare il lampadario probabilmente non funzionante.

Trovato un posto sul vagone, ansimante e sudato, Anton si slacciò il primo bottone della giacca, abbassò la testa e chiuse gli occhi mentre il treno ripartì. Accanto a lui dalle cuffie di un ragazzo non ancora maggiorenne usciva una musica troppo rumorosa per essere ascoltata la mattina e Anton fece uno sforzo per evitare di sentirla. Quando riaprì gli occhi ebbe una visione: un paio di scarpe azzurre.

Ora c’è da sapere che Anton non era mai stato interessato particolarmente alle scarpe, né all’abbigliamento in generale. Nel suo armadio i colori non abbondavano e tutto quanto possedeva di vestiario poteva stare in una piccola anta e tre cassetti, naturalmente intendendo sia l’abbigliamento estivo che quello invernale. Di scarpe ne aveva quattro e quando riteneva che una delle quattro fosse da sostituire ne acquistava un nuovo paio, simile al precedente, soltanto dopo aver buttato quella vecchia. Il fatto quindi di essere stato colpito da quelle scarpe azzurre meravigliò non poco anche lo stesso Anton che si mise a guardare quelle scarpe con particolare fissità. Innanzitutto erano calzature femminili, con un tacco abbastanza alto per essere mattina presto, forse 8 centimetri. Il tacco poi era molto sottile, per la precisione era poco più largo verso il tallone e si andava assottigliandosi fino alla punta, seguendo un leggero movimento curvo particolarmente sensuale. La scarpa era di seta lucida e chiudeva il piede lasciando però un’apertura davanti in cui s’intravedevano le dita. Sul lato esterno di ogni scarpa una minuscola farfalla di seta bianca si era appoggiata accanto alla punta come per riposarsi un secondo per poi decidere di rimanere lì per sempre. Anton spostò l’attenzione dalla scarpa al piede: sottile e con piccole dita curate, niente smalto. Il dorso era morbido e anche la caviglia, sottile e delicata. Anton volle fermarsi lì, senza alzare lo sguardo, avendo paura di poter rimanere deluso scoprendo il resto di quella donna.

La voce metallica annunciò la fermata di Teatralnaya e le farfalle bianche si mossero avvicinandosi all’uscita. Con la paura di perderle per sempre Anton le inseguì, scendendo anch’esso dal vagone.

Anton camminava a non più di tre metri dalle scarpe azzurre, seguendole come se le stesse pedinando. Sulle scale mobili se le ritrovò quasi all’altezza degli occhi e fu costretto a scoprire i polpacci, piccoli e chiari e il vestito, anch’esso azzurro, di un tessuto leggero non troppo prezioso. Quello che vide gli piacque e cercò di tirare le somme: la misura del piede potrebbe essere 38, l’altezza, se la figura è proporzionata alle gambe, circa 170. Anton si riteneva un uomo di altezza e corporatura normale, 181 centimetri per 70 chili, e immaginò che quella donna avrebbe potuto stargli affianco molto bene, considerando anche gli 8 centimetri di tacco che avrebbe portato l’altezza totale a 178 centimetri, tre in meno di lui: perfetto. Sul peso non poteva sbilanciarsi troppo, non aveva ancora visto le cosce e il sedere, ma sapeva di non allontanarsi dal vero se si orientava sui 53 chilogrammi. Un peso non eccessivo né in un senso né nell’altro.

Quando il sole accecante del mattino di luglio lo colpì riflesso nelle pietre del marciapiede fu tentato di alzare lo sguardo ma si trattenne. Era nella Piazza dei Teatri, su cui si affacciano il Bolshoi e altre sale teatrali e da concerto. Anton si sentì a disagio, frequentava poco quella parte della città, così ricca da sembrare sfacciata. Si sistemò velocemente la cravatta e il colletto della camicia, con un gesto impercettibile ma utile a donargli un po’ di sicurezza. Le scarpe azzurre procedettero spedite verso sinistra, costeggiando il teatro e poi su per le scale accanto. Il rumore di una fontana fece come per risvegliarlo da quell’ossessione ma non ci riuscì. E, rinfrancato nel suo proposito, Anton ebbe il coraggio di alzare lo sguardo un po’ più su.

In quel momento pensò che il profilo di quel sedere, stretto nell’abito azzurro, fosse la forma più perfetta che gli fosse mai capitato di vedere e per un attimo vacillò. Non avrebbe mai avuto nessuna speranza con quel piccolo, perfetto, sinuoso sedere fasciato di azzurro. Si appoggiò al corrimano della scala, come per farsi forza. All’occhio di un passante distratto la scena sarebbe apparsa quanto meno singolare: una donna inseguita da un signore di mezza età in tenuta da ufficio che teneva lo sguardo basso come un cane da tartufo. Ci sarebbe stato margine per segnalare la cosa alla polizia del quartiere, pensò Anton. Così, svoltando in Kamergerskiy Pereulok decise di mantenersi un po’ più distante, senza mai allontanarsi troppo per continuare a sentire il ticchettante ritmo dei tacchi, il che gli permise di osare alzare lo sguardo fino alla schiena. Una cucitura centrale scendeva lungo la spina dorsale separando il corpo in due parti simmetricamente precise. I capelli ancora non si vedevano il che faceva presumere che li portasse corti o per lo meno che questi non superassero l’altezza delle spalle. Nota a margine meritavano le braccia, scoperte e ciondolanti e bianche latte, e le mani. Ad Anton sembrò di vedere dello smalto sulle unghie, cosa che a dire la verità non lo faceva impazzire, ma rifletté sul fatto che per colpa della distanza ed essendo lui e la donna entrambi in movimento, non sarebbe stato difficile confondersi.

E d’un tratto la donna svoltò in un portone. La cosa colse di sorpresa Anton che istintivamente si fermò; riconobbe il palazzo: era il Teatro dell’Arte. Tra le passioni di Anton certo non c’era quella per il teatro, del resto non sarebbe stato facile individuare qualcosa che accendesse il suo animo o i suoi interessi. Se la vita di un uomo può essere rappresentata su un diagramma come una linea curva che procede verso destra e che, di giorno in giorno, sale e scende accavallandosi ad una linea mediana immaginaria che rappresenta la normale, calma, insignificante tranquillità, la vita di Anton Grigorevich Golubev si poteva invece identificare con la linea mediana stessa tanto era banale e priva di qualsiasi interesse e quindi di qualsiasi dolore (e di qualsiasi piacere). Nonostante questo Anton conosceva la storia di quel teatro per la passione per la prosa dei suoi defunti genitori, passione che avevano cercato invano di trasmettergli da piccolo portandolo a vedere noiose riedizioni di classici russi e, soprattutto, affidandogli alla nascita il nome del grande drammaturgo Anton Cechov. E proprio a Cechov si doveva la fama del Teatro dell’Arte e assieme a lui a Stanislavskij, regista e demiurgo che in quello stabile rifondò il teatro mondiale. Anton si fermò di fronte alla porta dove era entrata la donna dalle scarpe azzurre. Sopra l’ingresso campeggiava un grande bassorilievo che rappresentava un uomo con le braccia aperte, come un attimo prima di spiccare il volo (o un attimo dopo. Le maniglie della porta erano due ali di gabbiano e un gabbiano era raffigurato anche sopra il palazzo del teatro. Anton non aveva abbastanza conoscenze teatrali per sapere che il gabbiano, oggi simbolo del Teatro di Mosca, è anche il titolo di una delle più famose opere di Cechov che qui portò al successo il suo drammaturgo e il teatro stesso. Anton accarezzò lentamente le ali di ottone della maniglia e immaginò fossero le cosce della donna dalle scarpe azzurre. Dunque era un’attrice. Avrebbe potuto essere anche un’impiegata del teatro, o una costumista o chissà che diavolo, ma Anton si convinse: con quel portamento, con quell’eleganza, con quella bellezza era sicuramente un’attrice. E perché mai un’attrice avrebbe dovuto dare credito ad un povero impiegato di grado basso e con un aspetto molto mediocre? Anton guardò l’orologio: i 22 minuti di anticipo si erano esauriti completamente e già da un po’ avrebbe dovuto essere al lavoro. Aveva diverse cose da fare quella mattina e ogni minuto perso avrebbe dovuto recuperarlo oltre l’orario normale, senza possibilità di sforare in straordinari. Si spostò all’ombra, sull’altro lato della strada, mettendosi con le spalle verso il palazzo di fronte al teatro. Le dita si attorcigliavano una sull’altra nelle tasche dei pantaloni, giocando con qualche moneta e con le chiavi di casa. Era sul punto di andarsene da lì dandosi dello stupido quando squillò il telefono. Squillava e vibrava, nella tasca della giacca, accanto al cuore. La cosa lo fece sobbalzare, in una settimana riceveva al massimo cinque telefonate e ne faceva altrettante, anzi forse meno. Non aveva molti amici e l’unico parente stretto era un fratello che viveva a Kiev e che chiamava raramente. E non succedeva mai che il telefono suonasse così presto di mattino. Ci mise un paio di secondi a riconoscere il numero dell’ufficio lampeggiante sul display e infiniti sembrarono invece gli attimi successivi mentre stette con il telefono in mano fino a che questo non smise prima di vibrare e poi di suonare. Una chiamata persa. La scritta, inflessibile, lo fissava dal piccolo schermo. Era la prima volta che succedeva, Anton era abituato a rispondere sempre entro il terzo squillo e non aveva mai perso una chiamata.

Quella giornata la passò interamente di fronte al Teatro dell’Arte, quasi senza muoversi.

Fantasticò, per la prima volta in vita sua, abbandonandosi al piacere dell’immaginazione e del sogno ad occhi aperti, cose che fino a quel momento riteneva appannaggio di poeti e perditempo. Se qualcuno dei passanti frettolosi di Kamergerskiy Pereulok avesse prestato un secondo di attenzione al suo volto ci avrebbe scoperto un sorriso, prima solo accennato, poi compiaciuto, infine quasi felice. Alla prima chiamata dell’ufficio ne seguirono altre, poi chiamò anche il fratello da Kiev, allarmato probabilmente da qualche collega stupito per l’insolita assenza di Anton e alle sette di sera erano 13 le chiamate non risposte e quattro i messaggi non letti: non aveva mai ricevuto tutte quelle attenzioni in un solo giorno. Anton aveva deciso che fino a che non fosse uscita la donna dalle scarpe azzurre non avrebbe pensato ad altro che alle parole da dirle. Perché una cosa era certa: le avrebbe parlato.

Anton non si era mai innamorato o meglio aveva sempre cercato di fuggire dall’amore per paura di soffrire, credendo stupidamente che dell’amore facesse parte intrinsecamente anche la sofferenza. Probabilmente non si era mai fermato a fare due chiacchiere con qualcuno che ama veramente: avrebbe scoperto che nel grande amore la sofferenza, anche la più dolorosa, non è che una piccola sfumatura grigia in un arcobaleno di colori infiniti, e che nei momenti bui e dolorosi basta chiudere gli occhi e ritornare con la mente ad uno qualsiasi dei momenti felici per poter riacquistare il sorriso e mantenerlo a lungo.

E Anton continuava a sorridere, cullandosi dell’idea di un amore, almeno potenziale. E immaginava di ballare, con i suoi piedi troppo grossi che inciampavano tra quelli leggeri con le scarpe azzurre, e girava, girava e chissà che oltre che nella sua fantasia non si sia messo a girare anche per strada, provocando forse l’ilarità di qualche passante troppo occupato a preoccuparsi per il futuro da non vivere il presente.

Essendo estate il sole ancora non accennava a tramontare ma era ormai ora di spettacolo e la gente si mescolava lungo la porta d’ingresso: c’erano le compagnie di donne attempate che facevano a gara sfoggiando borsette e cappellini, c’erano i ragazzi in maglietta e scarpe da tennis, c’erano perfino piccole famiglie con figli grandi abbastanza da poter apprezzare la prosa russa. Anton non si era allontanato durante il giorno nemmeno per andare al bagno o mangiare ma le scarpe azzurre non si erano viste: forse si trattava proprio di una delle attrici in scena quella sera. Quando anche l’ultimo spettatore fu entrato e l’ingresso del teatro rimase ormai deserto Anton si infilò tra le ali di gabbiano e comprò un biglietto. Era la prima volta da vent’anni che metteva piede in un teatro. In scena si muovevano le Tre Sorelle di Cechov, con le loro storie di amori, dolori e bugie. Anton non ascoltava, ma cercava di riconoscere, sotto le gonne troppo ampie, i piedi che tanto aveva inseguito, ma nessuno sembrava corrispondere a quelli che aveva visto. Prima che lo spettacolo terminasse uscì fuori dal teatro per riprendere il posto della giornata, punto di vista eccellente da cui poteva fissare ben bene le persone e le loro scarpe. Ci misero dieci minuti ad uscire tutti gli spettatori e ci volle un’altra mezz’ora perché se ne andassero anche i tecnici, gli impiegati e gli attori. Riconobbe Irina vestita con i sandali e i jeans strappati, dietro di lei Olga con le gambe grosse e un abito blu e poi Mascia, prorompente in un completo di seta nero. Niente scarpe azzurre, niente caviglie sottili, niente cucitura sulla schiena e sul sedere. Kamergerskiy Pereulok si svuotò in un lampo, riversando gli attori della compagnia nei bar e nei ristoranti della via.

Anton si sentì perso e passarono altre due ore prima che decidesse di incamminarsi verso casa.

Nei giorni successivi uscì sempre 22 minuti in anticipo, bevendo il suo tè e allacciandosi sempre il primo bottone della giacca. Per oltre un mese non si recò al lavoro ma scese sempre a Teatralnaya in cerca di quelle scarpe e di quel vestito. Una volta gli sembrò di averla scovata tra la folla della Piazza Rossa ma bastò un attimo e la perse e si convinse che non era lei.

Smise il giorno in cui la vecchia sveglia sovietica si ruppe e quella mattina si trovò ad uscire di casa quasi 30 minuti dopo il solito orario. Decise che sarebbe andato al lavoro.

Da allora capì che la sua vita sarebbe inesorabilmente corsa in avanti, giorno dopo giorno e che, arrivato alla fine, proprio l’attimo prima di morire, sarebbe stato fiero di sé non per la sua puntualità in ufficio, né perché nell’estate dei suoi 47 anni aveva avuto un aumento considerevole, né per l’appartamento più grande faticosamente acquistato dopo trent’anni di mutuo, ma che sarebbe riuscito a sorridere soltanto quando si sarebbe ricordato dei momenti belli e delle emozioni vissute fortemente. E anche di quelle scarpe azzurre con la farfalla sulla punta che non smise mai di cercare.

Se per le strade del centro di Mosca vi capita di vedere una donna come quella descritta qui sopra, cercate se nei paraggi trovate Anton, lo riconoscerete perché con lo sguardo scruta sempre le scarpe di tutti i passanti. Se non lo trovate fermate la donna e raccontatele di Anton, di come era triste prima di incontrarla e del bene che gli ha fatto con le sue scarpe azzurre e le caviglie sottili. Ditele che probabilmente oggi Anton Grigorevich Golubev si è innamorato, ricambiato, e che non controlla più le lampade della metropolitana, anche se, quelle di casa sua, non sopporta saperle bruciate.

E soprattutto ditele che Anton è felice, perché alla fine la cosa che conta di più è la felicità.

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